Notturno
Non era un’azione molto originale, ma non aveva voglia di lasciare il posto sporco, da pulire per gli altri. Gli sembrava una cosa cattiva da fare, temeva quasi che avrebbe infangato la sua memoria. Ma che memoria, poi? A chi sarebbe importato? Però no, aveva dovuto pulire tutto, e c’era tanto da pulire.
Aveva lavato i piatti e li aveva rimessi tutti a posto ben asciutti nell’armadio. Aveva messo tutte le posate nel cassetto delle posate e aveva liberato il tavolo della camera da pranzo, il tavolo della cucina e quello dello studio, che erano stati invasi di roba per mesi, e aveva messo tutto a posto con cura. Aveva spolverato tutte le superfici, aveva lavato le finestre sporche, pulito il bagno, passato l’aspirapolvere su tutti i pavimenti e lo straccio e ora tutto era più pulito di quanto fosse stato da un pezzo e stava finendo di pulire lo specchio grande in soggiorno. Si guardava e toglieva le macchie che lo distinguevano dal riflesso.
Era una splendida sensazione, ma in una parte profonda manteneva un’ansia crescente. Non era tutto deciso: qualcuno nel subconscio aveva paura. Era l’istinto di conservazione. Lo faceva pensare a un bambino o una donna e gli fece pietà. Era una parte innocente, la parte che non voleva morire e non sapeva altro. Si sentì per un momento triste, e poi scosse la testa. Non era il momento di suonarsi il violino o di fare i melò. La decisione era presa da un pezzo.
Aveva anche mangiato o buttato tutto il cibo che rimaneva, tranne quello in scatola, e tutta la frutta. Gli era rimasta solo una pesca acerba. Questa matura tra due giorni. Due giorni o l’infinito erano la stessa cosa, per lui. La pesca sarebbe rimasta per sempre acerba? No, non sarebbe rimasta affatto. Il futuro finiva qui. Era quello tutto il punto.
Aveva fatto il nodo e allacciato la corda. Ora bisognava metterci il collo. Come un dettaglio.
“Va bene va bene” disse ad alta voce. Sedette alle poltrona e chiuse gli occhi. Almeno una cosa buona c’era: non aveva più nessuna fretta. Poteva farlo tra un’ora o tra cinque ore: la notte era lunga, e dopo la notte c’era solo un lunghissimo giorno vuoto, e dopo il giorno una lunga notte, e così via. Non c’era fretta. Chiuse gli occhi e quasi dormì: anche solo organizzare la sua ultima mossa gli aveva messo una stanchezza incredibile. Doveva essere quello nel subconscio, la parte spaventata. Stava dando battaglia.
Si addormentò.
Nel sogno era nella stessa stanza con la stessa pesca davanti e gli veniva da vomitare. Prese il coltello migliore e la tagliò a fette perfette, poi mise le fette in cerchio su un piatto come raggi di sole e le mangiò. Nel sogno passava un giorno e andava al supermercato e rifaceva la spessa; passava un altro giorno e comprava dei fiori. Aveva un bel coltello in cucina con cui tagliava tutto.
Si svegliò, si alzò e uscì. Rimase alla fermata pensando ad altro finché arrivò l’autobus e salì senza destinazione. La destinazione dell’autobus era la stazione. Scese e andò alla banchina. Mezzanotte. Arrivò un treno e salì, senza biglietto. Le contravvenzioni erano diventate una questione piuttost leggera.
Nel vagone una donna piangeva.
“Tutto bene?” chiese lui come un idiota.
Lei si asciugò gli occhi e annuì.
“Si, grazie”
“Ok” disse lui e rimase a guardare il buio sfrecciare dal finestrino.

